La storia del mio corpo – tatuaggi tra identità collettiva e individuale

tatuaggi tra identità collettiva e individuale

Il tatuaggio è una forma d’arte con radici antichissime, molto evidenti presso alcune culture, meno in altre. In ogni caso, il tatuaggio è sempre stato un ornamento ricco di significato, che rivendica un’identità chiara e forte, individuale ma prima di tutto collettiva: l’appartenenza a un’idea, una religione, una fede, che prende corpo e si manifesta visivamente, in modo da trasmettere un messaggio a chiunque lo osservi.

I primi a tatuarsi in maniera sistematica, o quasi, furono gli antichi egizi, come dimostrato dalle tracce di inchiostro ritrovate su alcuni corpi mummificati, risalenti a circa cinquemila anni fa. Si trattava di una pratica simbolica, in alcuni casi apotropaica (serviva ad allontanare o ad annullare un influsso magico maligno).

Oggi, invece, il tatuaggio ha assunto una diffusione planetaria: in Europa, una persona su dieci esibisce almeno un tatuaggio e non fa eccezione l’Italia, in cui negli ultimi vent’anni i tatuaggi hanno visto una diffusione enorme.

Il tatuaggio, una pratica sospesa tra senso d’appartenenza e valore estetico

Se fino a qualche decennio fa i tatuaggi costituivano un fenomeno di nicchia ed urlavano a gran voce la loro appartenenza a cerchie sociali ristrette, oggi i numeri dicono tutt’altro: nel 2015, oltre il 30% degli statunitensi esibiva un tatuaggio, mentre nel nostro Paese coloro che avevano deciso di marchiarsi per sempre raggiungevano la soglia del 13%.

Ma qual è la molla che spinge in tanti a tatuarsi, ad optare per un’iscrizione o un disegno indelebili? Ma, soprattutto, qual è il valore comunicativo e sociale di tali simboli?

Il tatuaggio nasce e si sviluppa come un segno caratterizzato da un forte valore identitario, sia collettivo che individuale. Un’identità alla quale fino a qualche anno fa veniva attribuito un significato abbastanza negativo (basti pensare al fatto che i tatuaggi erano collegati ai galeotti e alle persone ai margini della società), ma che col passare del tempo è diventato positivo (oggi, cantanti, calciatori ed altre persone di spicco appartenenti alla nostra società amano mostrare in pubblico i loro tatuaggi).

E se anticamente i tatuaggi erano l’espressione di vere e proprie tradizioni o credenze, spesso legate alla sfera spirituale, soprannaturale o a determinati passaggi di status sociale, oggi coinvolgono soprattutto la dimensione estetica, corporea, visiva, indissolubilmente legata alla moda e alla cosiddetta ultra-moda (le tendenze prodotte da ornamenti destinati a durare per sempre). Eppure c’è dell’altro, e si tratta della dimensione puramente artistica, in quanto il tatuaggio è ormai considerato, com’è giusto che sia, un filone artistico contemporaneo, un vezzo bello da vedere e socialmente accettato, in grado di conquistare tutti.

Le origini del tatuaggio

Tatuaggi esteticamente rilevanti sono stati ritrovati su alcune mummie, tra cui l’uomo di Pazyryk dell’Asia centrale e la principessa di Ukok (la cosiddetta mummia dell’Altai), che riporta una figura animale non meglio identificata, simile a un grifone e a un cervo, ma contrassegnata da un elevato livello artistico, giunto pressoché intatto fino a noi grazie al ruolo protettivo del permafrost.

Una delle civiltà antiche che ci ha lasciato più testimonianze a tale riguardo è stato l’antico Egitto, dove i tatuaggi servivano a provare la propria fede agli dei, ma anche a rendere inefficaci presunti incantesimi o maledizioni. I tatuaggi presero piede anche a Roma, almeno fin quando non vennero vietati dall’imperatore Costantino, appena convertitosi al Cristianesimo (tramite un editto emanato nel 325 d.C.).

Nonostante questo, è importante rimarcare come gli stessi cristiani, prima del divieto, erano soliti tatuarsi sulla pelle simboli religiosi che indicavano la loro identità spirituale e collettiva. E ciò a testimonianza del fatto che il tatuaggio ha sempre svolto un ruolo di coesione sociale, grazie a specifiche simbologie, da ricondursi a determinati gruppi religiosi.

Cosa che evidentemente non avveniva soltanto in Asia e Medio Oriente, ma anche in Europa e in Italia. Nel Medioevo era attestata l’abitudine dei pellegrini a tatuarsi simboli religiosi appartenenti ai vari santuari visitati: in Italia, tale pratica era legata soprattutto al santuario di Loreto, situato nell’attuale provincia di Ancona. Tra i cristiani, il tatuaggio si diffuse soprattutto presso la comunità copta, i cui appartenenti desideravano rimarcare la propria identità religiosa, resa evidente attraverso soggetti quali la croce copta, il Santo Mar Corios (martire durante l’impero di Diocleziano e raffigurato in sella a un cavallo con un bambino) e la natività. A Roma, in età repubblicana diversi storici dell’epoca testimoniano l’usanza di marchiare gli schiavi con le iniziali del padrone.

Coloro che venivano ritenuti colpevoli di furto, invece, venivano marchiati a fuoco sulla fronte, pena identica a quella che da lì a qualche secolo sarebbe stata inflitta ai martiri cristiani. Più tardi, alcuni legionari cominciarono addirittura a tatuarsi il nome dell’imperatore sulle braccia o sulle gambe, usanza presa in prestito dai britanni e dai traci, che in guerra esibivano numerosi tatuaggi. Altri popoli che nel corso del tempo hanno sviluppato significati e stili propri furono quelli dell’Oceania, in cui ogni singola area geografica, malgrado le numerose similitudini, ha maturato tratti tipici ben definiti.

I più celebri sono senza dubbio i tatuaggi maori, ormai apprezzati e diffusi anche in Europa e in America. Alla cultura del tatuaggio non sono rimasti immuni Paesi come il Giappone e la Cina, che hanno visto l’affermarsi di forme ed iscrizioni particolari, esibiti sia oggi che in passato da tantissime persone e spesso legate alla fede o a particolari gruppi organizzati, anche malavitosi.

Dopo i divieti medievali, in Europa, il tatuaggio fu reintrodotto soltanto verso la metà del XVIII secolo, grazie ai contatti sempre più frequenti con altre culture. Nell’Ottocento, l’abitudine a tatuarsi si diffuse anche tra gli aristocratici: gli esempi più famosi furono quelli di Winston Churchill e dello Zar Nicola II di Russia.

Nonostante le affermazioni del celebre criminologo Cesare Lombroso, il quale riteneva che i tatuaggi appartenessero alle inclinazioni di personalità pericolose e avvezze a delinquere, la recente diffusione di questa pratica a tutti gli strati della società ha relegato tali considerazioni al ruolo di semplice curiosità storica.